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domenica 27 dicembre 2015

Cronache Cinesi 2014 - I know what you did last summer.

Dal momento che, per quanto riguarda i miei viaggi precedenti, mi sono sempre soffermata a descrivere le sinostranezze, questa volta mi sembrerebbe doveroso dedicare un post anche alle assurdità che noi giovani, sperduti, incoscienti laowai abbiamo, più o meno consciamente, fatto.
L'elenco potrebbe essere infinito, ma prometto che cercherò di contenere la mia prolissità. Forse.

- Lazy time: pigrizia over 9k
Il più grande ossimoro della vacanza (volendola definire tale) è quella di recarsi là sapendo di essere maltrattati negli allenamenti che in confronto G.I. Jane si sta godendo un picnic, e, nonostante questo, trasformarsi nelle persone più pigre sulla faccia del globo.
E la scusante "eh ma ci alleniamo siamo stanchi" è la balla gigantesca dietro la quale ci nascondiamo quando dobbiamo giustificare la negligenza delle più comuni azioni degli esseri umani.
Come buttare il pattume.
Il pattume andrebbe banalmente preso e buttato nel bidone che si trova esattamente sulla strada che dobbiamo percorrere per andare alla scuola. Ma no. Lasciamolo straripare.
Ci alleniamo, siamo stanchi.
Vogliamo parlare poi del fornelletto elettrico generosamente offertoci da Du per provare a fare il primo caffè prima che il suo non funzionamento facesse insorgere la rivoluzione per la conquista del forno a gas?
Piazzato in stanza sul comodino nella tattica posizione tra i due letti nella speranza che la mattina sarebbe bastato accenderlo per svegliarsi con l'aroma del caffè.

Posizione tattica
 Dopo minuti passati a cercare di tradurre le scritte cinesi finalmente capiamo come accendere lo strumento del demonio e...niente. 5 secondi e si spegne senza aver prodotto nulla di sublime e divino (caffè).
"bè non va."
"no"
"lo portiamo di là?"
"sì dopo"
Dove "dopo" è diventato un momento spazio-temporale di quasi 3 settimane.
Ci alleniamo, siamo stanchi
Fare il bucato.
Allora questa è una faccenda seria, non scherziamo.
Naturalmente l'istinto di sopravvivenza ci portava, nel 2013, a lavare le nostre cose quasi quotidianamente essendo provvisti solo ed esclusivamente di un catino dove poter lavare i nostri amati abiti.
Arrivati al momento topico (nel 2014) di essere in possesso di una lavatrice funzionante che ti scaricava l'acqua lercia dei tuoi vestiti da allenamento sui piedi, naturalmente, la pigrizia si è impadronita dei nostri corpi e il bucato veniva fatto quando strettamente necessario. E generalmente questo momento di panico capitava a tutti quanti nello stesso momento in modo tale da non sapere più dove cavolo appendere i vestiti o nei giorni umidi così la speranza di avere qualcosa di asciutto moriva sul nascere.
Per quanto riguarda le lenzuola. Oh andiamo. Sia quelle che il cuscino diventavano perfettamente puliti non appena rigirati dalla parte opposta. Et voilà! Come nuovi!
Ci alleniamo, siamo stanchi.

- Tuk tuk stop
Il 2014 è stato l'anno della totale indipendenza negli spostamenti. I nostri eroi avevano intrapreso questo lungo ed arduo viaggio già negli anni precedenti tentando di prendere il treno senza intermediari prima e avvalendosi di tattiche da ammaestratori di scimmie per salire su bus e taxi dopo.
Ma nel 2014 è arrivata la svolta. Un piccolo passo per l'umanità un grande passo per i nostri eroi.
Dopo un infruttuoso tentativo di girare a Luoyang conclusosi con la scorta di provviste al centro commerciale e il tentativo di ottenere un caffè, terminato con una crisi isterica da parte mia, ci siamo ritrovati sul bus che ci avrebbe riportati all'incrocio nel bel mezzo dell'inferno di caldo, polvere, clacson e regole stradali bistrattate e liberamente interpretate.
Una volta arrivati lì, il nostro saggio Du, ci aveva detto di avvertire così ci sarebbe venuto a prendere. Ma noi potevamo lasciarci sfuggire l'opportunità di mettere alla prova le nostre tecniche di ammaestramento? No. Corretto.
Così ci siamo lanciati in una contrattazione con l'omino a bordo di un tuk tuk (uno degli ultimi rimasti oserei dire).
L'omino ci ha sorriso per tutto il tempo prima di farci segno di salire a bordo.
Dunque siamo saliti speranzosi che lui avesse capito dove dovessimo effettivamente recarci e fiduciosi che, se non altro, a gesti avremmo potuto indicarglielo noi.
Così il tuk tuk la cui ultima revisione era stata fatta quando la Ford ancora produceva il suo primo modello d'auto e pulito l'ultima volta nel 15-18 è partito a tutta velocità. Ho visto vecchi con il deambulatorie superarci ed insultarci.
Tuttavia il nostro eroe è riuscito a portarci a destinazione sani e salvi deliziandoci, oltretutto, per l'intera durata del viaggio con una canzone della lirica cinese che veniva attivata grazie ad un interruttore tipo quelli delle lampade da comodino ed andava in loop continuo incoraggiato da noi che volevamo sentirlo cantare.




- Colazione
Noi italiani siamo famosi per il nostro gusto culinario e, ovviamente, anche per la nostra cucina rinomata in tutto il mondo.
Poi ci siamo noi, che andiamo nel luogo sperduto e mangiamo qualsiasi cosa. Regola fondamentale per la sopravvivenza: non chiedere MAI che cosa si stia effettivamente mangiando.
La regola numero uno è poi seguita da un paio di postulati che la completano: non guardare MAI dove viene tenuto il cibo, non domandare MAI il perché delle cose.
Ad esempio.
Uno dei lussi principali del 2014 era quello di avere la cuoca che per ogni giorno della settimana ci preparava i pasti diversificati (stiamo parlando di 3 pasti diversi al giorno e diversi da un giorno all'altro...cose che nel 2011 erano pura utopia).
Nonostante questo, la voglia di stupire noi laowai è forte nei cinesi. Quindi le colazioni si trasformavano in un'accozzaglia di cibi diversificati "perché sono buoni".
Voglio dire, a chi non piacciono le patatine fritte? Andiamo non mentite. Tutti le amano.
Quindi non vedo perché privarci di questa meravigliosa pietanza alle 7 della mattina insieme ad una merendina intrappolata in un pallone d'aria e del latte aromatizzato alla mela (così diceva la confezione).
E il caffè, chiaramente.






Nel prossimo post altri meravigliosi aneddoti su noi laowai ormai privi di buon senso.

giovedì 4 dicembre 2014

We together go.

Ho già scritto tanto sui miei viaggi in Cina e a volte penso che diventi difficile riuscire a scrivere ancora qualcosa di nuovo, o di diverso.
Ma, a quanto pare, anche quest'anno (in ritardo mostruoso) riuscirò a trovare il modo di descrivere la meravigliosa esperienza che ha segnato il mio 2014.
Come prima cosa, però, vorrei togliermi un peso.
Chi di voi segue i miei deliri sul blog da tempo si ricorderà che lo scorso anno avevo avuto qualche problematica iniziale durante il viaggio dovuta ad incomprensioni e prese in giro a livello di organizzazione e tutto quanto. Bene, sappiate che quest'anno le cose sono velocemente degenerate.
Purtroppo quando ci sono di mezzo i soldi le persone non si fanno tanti scrupoli nel tentare di rovinare quello che qualcun altro ha costruito durante l'anno.
Quando abbiamo scoperto che il nostro Shifu non era più alla scuola di Jackie, senza nemmeno porci il dubbio sulle motivazioni (anche perché primo non ci interessava e, secondo, potevano essere intuibili conoscendo Jackie) abbiamo deciso di seguire lui.
Questo ha scatenato il putiferio del secolo.
Prima hanno tentato di dissuaderci dicendoci che Du era stato scacciato, anzi no, bandito da Dengfeng tutta per aver rubato e per comportamenti scorretti. Poi siamo passati alla scena madre dove venivamo accusati di tradimento con tanto di tentativi d'insinuare sensi di colpa detti da chi predica bene e razzola male. Poi siamo passati ai subdoli tentativi di seminare zizzania nel gruppo con pesanti (e credetemi quando affermo che fossero realmente pesanti) accuse nei confronti più o meno di tutti (e per quanto mi riguarda mi si è gelato il sangue nelle vene). Ed infine, l'ultima spiaggia, era quella di convincerci che saremmo finiti nel posto più disastrato e ricoperto di malattie del mondo.
E sapete com'è andato a finire il tutto? Noi siamo comunque andati là e visto che i tentativi di dissuaderci non sono andati a buon fine è ricominciata la fase di coccolamento dei pupilli.
Dunque grazie per il periodo in cui le cose andavano bene e ci si allenava con un criterio, ma adesso tanti cari saluti.
E in mezzo a questo, se qualcuno incuriosito capitasse su queste pagine, vorrei sottolineare come la scuola di Jackie non sia in nessun modo legata a quella del Maestro Shi De Yang. Ci tengo a sottolinearlo visto che, a quanto pare, nessuno si sta prendendo la briga di dire le cose come stanno.
Ma sapete una cosa? Prima questa era una situazione pesante, adesso, onestamente, non me ne importa più nulla.
Ognuno sceglie la propria strada e va bene così.
Considerando che, comunque, non è che io possa esattamente mettermi a sputare completamente nel piatto dal quale ho mangiato, non rinnego le mie esperienze precedenti. Sicuramente, però, quella di quest'anno è stata sotto ogni punto di vista la migliore.
Lasciate che vi spieghi il perchè.
Il lungo viaggio è iniziato con un bell'after. Nel senso che, rientrata da lavoro, ho fatto la valigia (perché sapete...le sere prima ero impegnata a finire un altro lavoro...non ho scrollato l'albero per questo viaggio), e dal momento che la navetta per Malpensa sarebbe partita alle 4.05 della mattina era fondamentalmente inutile andare a dormire.
Dunque dicevo, after, navetta, Malpensa. Colazione e poi, finalmente, imbarco. Scalo a Mosca e aereo per Pechino.
Una volta arrivati, all'alba delle 5 del mattino, abbiamo affrontato la prima sfida della vacanza: trovare un taxi per arrivare alla stazione. La sfida si divideva in due parti: 1 trovare un taxi che ci portasse tutti e 3 senza far storie sui bagagli eccetera, 2 dopo averlo trovato evitare che ci chiedesse un rene per arrivare alla stazione.
Al secondo tentativo ci siamo riusciti.
Il simpatico autista, palesemente abusivo, ci ha portati sì fino alla stazione...ma ci ha smollati nel parcheggio sotterraneo indicandoci una fantastica via di accesso all'edificio popolata di senzatetto dormienti, razze aliene di microbi e dotata di un paio di luci come nei migliori fil horror.

Il tunnel degli orrori


Sopravvissuti alla traversata infernale ci siamo ritrovati nel bel mezzo della stazione in barba ad ogni controllo di sicurezza dell'entrata.
Comunque poco importava, dovevamo in ogni caso farci strada fino alla biglietteria e al famigerato sportello numero 16.
Ovviamente, sebbene fossero solo quasi le 7 della mattina, la folla di persone presenti in stazione faceva impallidire qualsiasi orario di punta milanese.

La felicità nell'essere circondata da un numero infinito di persone


Ma i nostri eroi sono riusciti ad ottenere i 3 preziosissimi biglietti per Luoyang.
Una volta arrivati a destinazione è iniziato davvero il tutto.
Appena fuori dai tornelli d'uscita c'era ad aspettarci il nostro Shifu (che per accoglierci nel migliore dei modi ci ha urlato "fast fast!").
Bè...che cosa dovrei dire? Per me è stato un bel mix di emozioni rivederlo.
Ma, soprattutto, è stato emozionante rivedere come fosse tornato ad essere il solito Du. Quello che ad allenamento ti sprona e massacra, ma al di fuori è più cretino di tutti noi messi insieme.
Quello che era davvero mancato lo scorso anno.
Non vi starò a raccontare giorno per giorno il lungo mese di agosto, non preoccupatevi.
La location quest'anno era nel piccolo paesino di Koudian nella provincia di Luoyang.
Definirlo un luogo sperduto sarebbe eufemistico, ma alla fin fine c'era tutto quello che poteva interessarci od esserci utile per la vita di ogni giorno.
Fondamentalmente noi eravamo a x minuti a piedi (mai testati realmente) da un simil centro abitato (hey c'era anche il mercato non sottovalutiamolo!), ma la realtà dei fatti era che tutto il nostro mondo lì iniziava e finiva con 2 strade che s'incrociavano.
Nella prima foresta di palazzi c'era la "kungfu family" o, più semplicemente "family" che era, poi, l'appartamento dove vivevamo noi laowai insieme ai Jiaolian della Scuola e Du quando si fermava a dormire lì (sebbene abitasse ad un tiro di sputo e cioè nella foresta di palazzi dall'altra parte della strada).
La family non era certo un resort a 5 stelle, anzi. Essendo un appartamento affittato appositamente temporaneamente, al suo interno c'erano giusto le cose basilari per la sopravvivenza. E credo che possiamo concordare tutti quanti su come avere un pavimento degno di questo nome non fosse poi così fondamentale/necessario. Quindi colata di cemento e via.
Le stanze erano 3: quella dei Jiaolian, quella dove sono stati i ragazzi ed infine quella dove eravamo io e Bozz (ah! che privilegiate!).

Entrata per il super complesso di palazzi

Palazzi...palazzi ovunque.
Stanza delle privilegiate, notare il pavimento.

La vista dalla stanza (pregasi notare il tubo di scarico del condizionatore che sgocciolava allegramente sui cavi)
La stanza dei ragazzi
Terrazzino dove stendevamo il bucato
Per il resto avevamo un meraviglioso bagno con boiler (con l'ormai celeberrima combo presa della corrente + getto d'acqua + cartello che dice di fare attenzione agli spruzzi d'acqua sulla presa elettrica) e lavatrice (la solita con caricamento a canna esterno, 15 minuti di centrifuga, asciugatrice che doveva essere perfettamente in bolla per funzionare e scarico dell'acqua manuale. Pochi euri da Piccol!)
ma alla fin fine...è sempre stato un bagno utile ai suoi scopi (specialmente quando la tavoletta del gabinetto è stata sostituita con una nuova "super power, no like the old" evvabbè).



Infine abbiamo l'ingresso con cucina a vista, tavolo da pranzo e zona relax.



Ecco la Kung Fu Family

Dunque un vero e proprio appartamento dove sentirci liberi come essere a casa nostra. Compreso il possederne le chiavi (e quindi essere sicuri di non restare chiusi fuori dopo una certa ora), e poter usufruire delle "tecnologie" messe a disposizione.
Persino la cucina, pensate un po'...quel miraggio che gli scorsi anni era chiuso a chiave con tanto di lucchetto.

La conquista del fornello sacro per la preparazione del caffè. Lode al caffè.
Per quanto riguarda il resto posso dirvi che se anche i letti non fossero dotati di materassi (il ritorno alle origini con la generosa asse di legno in combo con la micro trapunta) alla fin fine erano comodi e la mia schiena ha stranamente ringraziato, avevamo il condizionatore, un power wi fi, la cuoca che cucinava per noi 3 volte al giorno e un menù differenziato per ogni giorno della settimana (quindi stop alle pietanze ripetitive). Ogni lunedì c'erano le stesse cose, ma erano diverse dagli altri giorni della settimana.
Unica pecca? I ravioli di carne fatti nei giorni quando avremmo poi avuto nella lezione serale o Sanda o qualcosa di egualmente massacrante.

La sorpresa delle patatine fritte nella COLAZIONE del lunedì




Bene, ma ora passiamo oltre.
Tanto prima o poi vi descriverò per bene gli allenamenti e tutto quanto (e gli episodi degni di nota, naturalmente).
Passiamo a provare a raccontare perchè quest'anno le cose siano andate ancora meglio.
Il motivo principale l'ho già menzionato. Ed il fatto di riavere avuto indietro Du nella sua forma migliore.
Sembrerà anche una banale affermazione, ma credetemi quando vi dico che è, invece, la parte più importante e la chiave di tutto.
Du è riuscito a costruirsi finalmente qualcosa di suo. Una scuola ben avviata gremita di ragazzini, portando con sè come Jiaolian i suoi stessi allievi, si è guadagnato il rispetto come persona all'interno della comunità e come Maestro di Kung Fu tra i suoi allievi che alla fine degli allenamenti si accalcavano a salutarlo.
E nel mentre ha mantenuto una semplicità disarmante.
La Family non lo era solo ed esclusivamente perchè una scritta sul muro la definiva tale. Lo era perchè le persone che stavano dentro quell'appartamento contribuivano a renderla reale.
Du per primo.
Durante il mese di agosto è stato il nostro Shifu, è stato il nostro supporto e appoggio, ma, prima di tutto questo, è stato nostro amico. Era attento alle esigenze di tutti e non si è mai lamentato nel doverci scarrozzare a destra e a manca prima che imparassimo a fare qualcosa per conto nostro, ci invitava fuori a cena pagando di tasca sua e quando lo facevamo noi non ha mai permesso che pagassimo anche per i Jiaolian e quindi metteva la sua parte. Non ci ha mai chiesto nulla di più di quello che ci aveva premesso all'inizio.
Fondamentalmente potevamo contare su un rapporto di totale fiducia a differenza degli scorsi anni nei confronti di Jackie.
Durante tutto il mese è stato uno di noi che nella lezione serale di "crazy jibengong jump" a un certo punto si metteva in fila insieme a noi per provare (e ovviamente, nonostante la buzza da mancato allenamento e birra, faceva cose fuori dalla logica della forza di gravità).
Sì è vero, era il nostro Shifu, ma per la maggior parte del tempo è stato il nostro Kung Fu brother. Ed è qua la differenza.
Quest'anno abbiamo fatto una sorta di level up. Siamo passati da semplici laowai che vanno lì pagando e facendo bene o male le cose che vogliono fare ad essere allievi che imparano quello che a loro serve per migliorare.
Non importa non aver imparato una nuova e strabiliante forma. Importa essere tornati con un bagaglio molto più importante a livello tecnico dove le cose venivano decise per far sì che potessimo colmare le nostre lacune e migliorare con una certa velocità vista la mancanza effettiva di tempo per poterlo fare in modo estremamente graduale.
Durante le lezioni settimanali di "kung fu ask" Du ci spronava a domandare dando libero sfogo alla nostra curiosità. Ed è in questo modo, superata la fase delle domande prettamente tecniche sui nomi delle posizioni eccetera, che abbiamo imparato. Abbiamo imparato moltissime cose sul passato di Du, su come si è allenato, sui metodi che usavano con lui, sulla sua preparazione alla competizione e poi ancora su come si dovrebbe insegnare.
Ed insegnare non è mai una faccenda semplice.
Non è solo una questione di capacità fisica nel saper fare le cose, è anche una questione di personalità, carisma e buon senso.
Con questo spirito il nostro allenamento non era più un semplice sottostare a degli ordini, ma diventava un percorso di crescita. Ma una crescita che affrontavamo tutti insieme. Noi come compagni di Pratica e Du come Shifu.
E poi la differenza, come già accennato, la facevano anche le persone dentro la Family.
Hugo, già incontrato lo scorso anno, che ormai vive lì quasi come un autoctono e che non si è fatto scrupoli nel farci sentire immediatamente integrati e con il quale abbiamo condiviso meravigliosi momenti di follia e di fatica durante gli allenamenti. Lui che ci raccontava con estrema umiltà il suo anno e mezzo in Cina, di cosa facesse per tirare avanti e qualche accenno a quello che si è lasciato alle spalle.
Hugo che viveva a New York lavorando nell'advertising e conducendo, dunque, non esattamente una vita di stenti e sofferenze, ha deciso di lasciare tutto e trasferirsi lì, in un luogo sperduto, in un qualcosa di completamente diverso da quello al quale era abituato. E forse è proprio questo che lo ha spinto ad un cambiamento tanto radicale.
Una sera si stava, per l'appunto, parlando di come fosse vivere in Cina dovendo abituarsi a ritmi di vita, cultura, abitudini completamente differenti e quando Hugo ha un po' accennato alla sua storia non è stato possibile trattenersi dal chiedergli "perché?" che è un po' quella fastidiosa domanda che non vorresti fare o sentirti chiedere, ma che, molto spesso, è quasi inevitabile. La differenza, però, era che Hugo aveva la sua risposta.
Era stufo delle persone con le quali aveva a che fare ed era altrettanto stufo dei non valori che lo circondavano. Amava il suo lavoro, ma non a quelle condizioni. Ma, cosa più importante, lui ha intrapreso questo viaggio perché "molto spesso i problemi che abbiamo non sono del mondo esterno, ma siamo noi il problema e quindi puoi essere tranquillo solo quando hai risolto le questioni con te stesso. Ma anche dove ti trovi aiuta". Ecco perchè.
Dentro la casa, poi, c'erano anche i Jiaolian con i quali si cercava di comunicare in qualche modo sebbene d'inglese sapessero giusto qualche termine e nulla di più. Ma sia noi che loro ci abbiamo sempre provato.
Anche se a volte la gentilezza dei gesti vale molto di più di lunghi discorsi fatti. Quindi se non era possibile parlare era pur sempre possibile agire.
Ed infine c'eravamo noi.
Noi laowai, amici in patria con incontri più o meno frequenti.
Come ogni anno abbiamo imparato a conoscerci stando insieme per un mese intero.
Nulla come i viaggi rendono possibile questa conoscenza.
E tra piacevoli scoperte, alcune sorprese, qualche tensione (ma del resto come si potrebbe non averne in un intero mese?) siamo stati anche noi un gruppo, una Family, per un mese.

La Family in una goliardica serata
Ed è questo che ogni anno mi spinge a tornare.
La certezza di sentirmi integrata in un gruppo, la certezza che lì avrò del tempo per me.
Sì è vero, le giornate sono scandite da tempi ben definiti e la maggior parte del tempo viene suddivisa tra allenamenti, dormire (o collassare, a scelta), mangiare, fare la coda per il bagno e qualche attività di degna sussistenza umana (lavarsi, fare la lavatrice, mangiare ancora). Ma è anche vero che, nonostante questo, mai come quando sono lì ho la possibilità di avere tempo per me. Per me e nient'altro o nessun altro.
Quel mese lontano da ogni forma di distrazione tecnologica (sebbene utilizzassi con regolarità gli strumenti di comunicazione per sapere come andassero le cose dall'altra parte del mondo), lontano da attività ludiche, lontano dal caos, dalle preoccupazioni, dalla normale routine di un mondo basato su principi che condivido solo in piccola parte, sapevo che sarebbe stato mio e basta.
E a volte bastano solo 5 minuti ogni giorno per poter veramente riflettere, basta una chiacchierata davanti ad un caffè, un minuto di pausa, la routine del diario di viaggio. Ma quei momenti sono miei e incontaminati. Ed è lì che tutto si ferma ed improvvisamente assume un senso.
Un senso che una volta tornata è difficile rivedere con la stessa chiarezza ma che resta lì. A volte basterebbe solo avere un po' di coraggio in più e forse le cose avrebbero davvero una soluzione.


Tutto il mondo in una sola strada



Poi ognuno ha la sua epifania a modo suo.
Ma che importa? La bellezza di poter avere una visione chiara e ovvia anche se solo per poco tempo è talmente folgorante che qualunque essa sia sarà sempre e comunque importante.
E magari a volte esagero, lo so, magari non è così per tutti, magari è una mera illusione di un viaggio che nel corso degli anni ho inconsciamente deciso di idealizzare.
Ma che importa?
C'è una cosa che ho imparato quest'estate, ed è uno di quegli insegnamenti che ti lasciano basito per qualche minuto.
Ho imparato, per davvero, che i limiti della mente sono talmente illusori da crearci un mondo completamente diverso ai nostri occhi rispetto alla realtà, ma, soprattutto, che con la giusta guida la patina piano piano può scomparire.
Anzi no, scusatemi, devo correggermi, non è con una guida, ma con i giusti compagni.
Tra tutti i modi che possono esserci per poter andare avanti e migliorare troviamo quello del lecchinaggio (supponendo che veramente possa essere utile), quello dell'umiliazione continua (fatto di rimproveri, forse anche ingiustificati) ed infine quello che realmente ci aiuta: crescere insieme.
Questo è stato l'anno dove tutto è stato così perfetto che per la prima volta dopo il mio primo viaggio in Cina ho pianto e non mi vergogno minimamente ad ammetterlo.
Nel 2011 era stato l'accumularsi di emozioni dovute al fatto che fossi arrivata al termine di un viaggio sognato e ambito così a lungo, unito al fatto che l'impatto emozionale di una cultura così diversa e allo stesso tempo così vicina non può, in ogni caso, lasciarti indifferente.
Nel 2012 e nel 2013 non era stato facile andarsene, ma era stato possibile contenere le emozioni.
Quest'anno no. Eppure, dico io, al quarto anno uno dovrebbe essersi abituato alla sensazione di abbandono no? No.
No perchè sapevo di star lasciando lì un pezzo di me che chissà se mai riavrò indietro, sapevo di star lasciando la Family.
Ed è per questo che la strada dalla Scuola all'appartamento era particolarmente difficile da percorrere e non solo per la vista annebbiata.
Ma almeno ricordare questo mese mi ricorda che c'è sempre una via e che se non dovessero cambiare le cose forse potrei cambiare io e magari, per una volta, i tasselli troverebbero il loro posto e tutto avrebbe un senso.
Anche se è dall'altra parte del mondo c'è qualcuno disposto a porgere la mano a degli sperduti laowai e costruire un percorso insieme.
"We together go".











P.S. Scusate, quasi dimenticavo. Quest'anno il mio viaggio resterà sempre con me in questo modo.

Un giorno vi racconterò la storia del tatuaggio. 

venerdì 12 settembre 2014

Cina 2014.

Prometto di scrivere un post riassuntivo come gli scorsi anni.
Per adesso spero che possa bastarvi questo video che riassume e racconta un po' quel che è stato il nostro viaggio.
Ringrazio Simo per averlo realizzato e ringrazio chiunque lo abbia reso possibile.


domenica 10 novembre 2013

Cronache Cinesi 2013 - Quel che resta.

Come avevo già accennato vagamente nei post precedenti, a Dengfeng, per quel che ho potuto vedere io nel corso di 3 estati, i cambiamenti sono all'ordine del giorno. Sono repentini e non si torna indietro.
Ho deciso di dedicare un post esclusivamente a quest'aspetto. Ma prima di iniziare a scrivere le considerazioni su ciò che ho visto trasformarsi a distanza di un anno o proprio sotto ai miei occhi volevo dedicare un post in solitario ad un cambiamento che è difficile analizzare con obiettività e distacco.
Questa è una sorta di dedica alla vecchia Scuola.
Come saprete, per chi legge, la Scuola che ci ha ospitati nel 2011 (e chi anche negli anni precedenti) in un non ben specificato periodo del 2012 ha chiuso i battenti ed infatti noi laowai ci siamo trovati sballottati prima nella struttura all'interno dell'area del Tempio Shaolin e successivamente nell'edificio con vista lago.

Questa era la Scuola nel 2011.







Nel 2012, ormai destinata ad essere demolita come quasi tutti gli edifici su quel lato della strada, era dismessa.
Quando siamo riusciti a varcare il cancello il paesaggio era a dir poco desolante (come se non lo fosse già l'ingresso spoglio).
Davanti a noi un edificio vuoto e un cortile privo degli aspetti che lo avevano caratterizzato l'anno precedente.
Spoglio, ma con ancora le foto attaccate ai muri.





Quest'anno questo era quello che ci si presentava davanti agli occhi.







Macerie.
Niente se non macerie e indumenti abbandonati e calcificati tra un masso e l'altro.

Nel dirlo così sembra quasi un niente, un altro cambiamento, un altro aspetto dell'evoluzione del luogo.
Ma facciamo un passo indietro.
Facciamo un salto nel 2011.
Per quanto io possa, adesso, sostenere che le 2 esperienze successive siano state sotto molti aspetti molto più redditizie e formanti, non posso certo dimenticare quello che è stato.
Il 2011 è stato l'anno nel quale si è avverato un sogno che era quello di poter, finalmente, andare in Cina.
L'anno dell'entusiasmo dove tutto era nuovo, tutto era da vedere, scoprire, provare con gli occhi di una persona che ancora non riesce a concepire il fatto di essere dall'altra parte del mondo nel luogo che ha bramato per anni.
La parte del mondo giusta.
La Scuola è stata l'occasione, è stata il pretesto, è stata materialmente il toccar con mano un desiderio.
La Scuola è stata "casa" per 3 settimane. Il palcoscenico di molte, moltissime cose. Sentimenti che passavano dall'entusiasmo alla "depressione" nel vedere che anni di allenamenti portavano a meno di mediocri prestazioni, per arrivare alla determinazione ed infine alla malinconia nell'andar via.
Quella malinconia che mentre stai per salire sul furgoncino in direzione Zhenzhou ti fa dire "non fate quelle facce non riuscirete a farmi piangere" e che poi, una volta varcato il cancello, si trasformava in lacrime.
Le stesse lacrime, tra l'altro, che hanno fatto la loro comparsa quest'estate nel vedere un cumulo di sassi coprire le felpe con il nome della Scuola stampato sopra.
3 settimane possono sembrar poche per arrivare a provare un senso di vuoto nel vedere certe immagini. Ma non lo sono.
La Scuola era tante cose e tra queste era anche un insieme di persone, di volti e di personalità con le quali ci si è scontrati e incontrati. Vite che si son riviste ed altre che, probabilmente, non si vedranno più.
La Scuola era un po' un simbolo.
Ed ammetto che scrivere questo post in questo determinato momento non sia qualcosa del tutto casuale.
Perchè la Scuola, sebbene in altre sembianze, in un altro luogo, in diverse modalità ed in diversi volti c'è ancora.
Ed è un po' così che mi sento io adesso mentre cerco di capire che cosa sarà della mia vita marziale mentre provo a realizzare ancora una volta il sogno di ritornare attraverso un lavoro che mi darà soddisfazioni ma non la possibilità di allenarmi. Mentre cerco le motivazioni per avere ancora vivo e forte l'entusiasmo passando sopra divergenze di pensiero e di obiettivi.
Mi sento come quel cumulo di macerie di qualcosa che in passato è stato e adesso è altro altrove.

venerdì 11 ottobre 2013

Nike commercial - Rise and shine

Negli ultimi anni Nike ha sfornato dei meravigliosi video motivazionali dedicati agli sportivi.
Tra tutti trovo che questo sia in assoluto il più bello e veritiero.
Un grande applauso a Nike per ricordare che se si è fatta quella scelta c'è un motivo e che freddo, buio, pioggia, sonno sono solo scuse e che c'è sempre quel qualcosa in più che è possibile fare.


Rise and shine.
6am and your hand can’t make it to the alarm clock before the voices in your head start telling you that it’s too early, too dark, and too cold to get out of a bed. Aching muscles lie still in rebellion, pretending not to hear your brain commanding them to move. A legion of voices are shouting their unanimous permission for you to hit the snooze button and go back to dreamland, but you didn’t ask their opinion. The voice you’ve chosen to listen to is one of defiance.
A voice that’s says there was a reason you set that alarm in the first place.
So sit up, put your feet on the floor, and don’t look back because we’ve got work to do.
Welcome The Grind!
For what is each day but a series of conflicts between the right way and the easy way, 10.000 streams fan out like a river delta before you each one promising the path of least resistance.
Thing is, you’re headed upstream.
And when you make that choice, when you decide to turn your back on what’s comfortable and what’s safe and what some would call “common sense”, well that’s day 1.
From there it only gets tougher.
So just make sure this is something you want.
Because the easy way out will always be there, ready to wash you away, all you have to do is pick up your feet.
But you aren’t going to are you? With each step comes the decision to take another.
You’re on your way now But this is no time to dwell on how far you’ve come.
You’re in a fight against an opponent you can’t see.
Oh but you can feel him on your heels can’t you?
Feel him breathing down your neck You know what that is?
That’s you…
Your fears, your doubts and insecurities all lined up like a firing squad ready to shoot you out of the sky.
But don’t lose heart while they aren’t easily defeated, they are far from invincible.
Remember this is The Grind.
The Battle Royale between you and your mind, your body and the devil on your shoulder who’s telling you that this is just a game, this is just a waste of time, your opponents are stronger than you.
Drown out the voice of uncertainty with the sound of your own heartbeat.
Burn away yourself doubt with the fire that’s beneath you.
Remember what you’re fighting for.
And never forget that momentum is a cruel mistress. She can turn on a dime with the smallest mistake. She is ever searching for that weak place in your armor. That one tiny thing you forgot to prepare for So as long as the devil is hiding the details, the question remains,”is that all you got?”, “are you sure?”
And when the answer is “yes”. That you’ve done all you can to prepare yourself for battle then it’s time to go forth and boldly face your enemy, the enemy within
Only now you must take that fight into the open, into hostile territory
You’re a lion in a field of lions
All hunting the same elusive prey with a desperate starvation that says victory is the only thing that can keep you alive.
So believe that voice that says “you CAN run a little faster” and that “you CAN throw a little harder” and that, for you, the laws of physics are merely a suggestion.
Luck is the last dying wish for those who wanna belive thet winning can happen by accident, sweat on the other hand is for those who know it's a choise, so decide now because destiny waits for no man.
And when your time comes and a thousand different voices are trying to tell you you're not ready for it listen instead for that lone voice in decent the ona that says you are ready, "you are prepared", it's all up to you now.
So rise and shine.

sabato 21 settembre 2013

Cronache Cinesi 2013 - Gli allenamenti.

Come ogni volta direi che sia doveroso dedicare un post alle modalità di allenamento rimpinguandolo anche con qualche "divertente" aneddoto su particolari casi.
Cominciamo con il dire che gli allenamenti seguivano più o meno l'andazzo dello scorso anno. Quindi un programma completo che faceva conoscere a noi laowai molte sfumature della pratica. Chiaramente fare Tai Chi una sola volta alla settimana non è che ci permettesse d'impararlo, ma ci permetteva di sperimentarlo. Ed io credo che nel bagaglio culturale di ogni Praticante sia giusto che ci siano questi elementi che verranno approfonditi o meno dallo stesso a seconda dei suoi interessi.

La lavagna con la programmazione e gli orari delle giornate
Come potete notare dalla foto il cambiamento principale era che ogni giorno c'era l'allenamento della mattina (intesa come quella quando non è ancora sorto il sole), mentre lo scorso anno i giorni si alternavano ed erano presenti due allenamenti più "soft" di Tai Chi e Qi Gong.
Potete anche notare quel piccolo dettaglio mortale il sabato dal nome "Damo Cave". La famigerata amata/odiata Damo Cave.
Ma procediamo con un certo ordine.

1- Morning Class
Queste lezioni andavano sempre dalle 6.00 alle 7.00
Generalmente erano allenamenti mortali che si svolgevano sulla salita che portava dal lago alla strada.
In questi allenamenti si cominciava sempre (oltre che con il terrore negli occhi) con un giro di corsa dalla scuola ad una "lapide" raggiungibile dopo non essersi uccisi nella discesa, dopo aver superato il percorso in salita sulla strada sterrata e poi aver fatto l'inverso...dove la salita diventava una scivolosa e spacca caviglie discesa e la discesa una ammazzafiato salita. Arrivati di nuovo al punto di partenza 50 squat, poi altro giro di corsa. Tornati, ancora una volta, 50 piegamenti sulle braccia. Poi si cominciava.
Tutti gli esercizi venivano fatti sulla parte in salita della strada, ovviamente. Le sequenza potevano variare, ma tra gli evergreen troviamo esercizi molto diverti quali (e tutti rigorosamente con andata in salita e poi ritorno):
- balzi lunghi
- papera veloce
- carriola (molto divertente su una strada asfaltata ma con sassi e ghiaia presenti sul percorso...i palmi ringraziano tantissimo)
- il "cavallo" dove praticamente l'esercizio implicava che uno prendesse una gamba del compagno all'altezza della caviglia ed iniziasse a correre come un dannato mentre l'altro doveva stargli dietro saltellando sull'unica gamba d'appoggio. Andata e ritorno con la stessa gamba, cambio con l'altra e poi era il turno del compagno. In realtà era faticoso fare entrambe le cose. In uno perchè, oltre il forsennato saltellamento, c'era il terrore di scivolare e stamparsi poco dignitosamente a terra (o finire nei campi ai lati, cosa ancor peggiore visto che, almeno in uno, scaricava la latrina). Nell'altro perchè comunque bisognava correre trascinandosi dietro una persona.
- corsa con compagno in spalla
Finite queste divertenti sequenze, in genere, si tornava al giardino davanti alla scuola per completare l'opera:
- addominali a portafoglio...100 (però altri 10 ce li regalava sempre alla fine "I gift you other 10! go!")
- saltelli sugli scalini con doppio salto e unico conteggio (sempre 100, ovviamente)
- polpacci (50)
La conclusione poteva essere fatta con 3 onesti minuti di mabu sui paletti.
Quindi saluto e colazione.
Durante alcuni di questi meravigliosi mortali momenti mattutini ci sono stati altri esercizi divertenti.
Ad esempio:
- raccogliere dal mucchio una pietra (mucchio che vi spiegherò successivamente come si sia formato) e fare saltelli stendendo e ritraendo le braccia a tempo con la pietra in mano
- prendere pietre dal mucchio, disporsi a zig zag e lanciarsi le suddette pietre (piedi, avambracci, mani, busto e coronarie ringraziano).
Questo quando dovevamo fare physical training.
Quando c'era Tai Chi, invece, andavamo o giù al lago oppure nel secondo campo di allenamento ed imparavamo i primi movimenti della 74 stile Chen. Ammetto che sia stato un peccato non poter approfondire meglio e poter dedicare solo un giorno alla settimana anche perchè Du, nemmeno a dirlo, era davvero bravo ed in grado di spiegare egregiamente i movimenti. Naturalmente, a vedere lui, sembrava che io non avessi mai praticato i miei 5 anni di Tai Chi.
Ci sono state delle mattine nelle quali al posto del physical training abbiamo fatto altro. Ad esempio in una siamo stati graziati facendo Qi Gong (probabilmente perchè Du ci aveva visti con delle espressioni significativamente stanche) oppure facendo qualche Jibengong (utile e un po' meno stancante del power training).

Alla fine di uno dei primi PT

Espressioni di persone vive e felici...

L'espressione di chi cerca di far finta di essere viva (notare la pezzata, le braccia scorticate e la maglietta che porta i segni delle pietre...)

E poi c'è chi è felice e basta!


2- Dalle 7.00 alle 8.30
In questa ora e mezza cercavamo di riprenderci dagli sforzi mattutini e ci preparavamo per la colazione.
Visto che la cuoca di quest'anno era tutto tranne che in grado di poter cucinare, ci siamo dovuti adattare in altri modi. Tolta la mia famosissima moka che da 3 anni a questa parte mi accompagna fedelmente nei miei viaggi in Cina regalando gioia e caffè a tutti, gli altri elementi base erano rappresentati da pacchi di biscotti made in Esselunga, biscottame vario preso nei supermercati in Cina, marmellate, tortine, latte.
Insomma in qualche modo, almeno per la colazione, era possibile variare e sopravvivere alla cucina della Patty (nome dato alla cuoca della quale non abbiamo mai imparato quello vero di battesimo).
Finito il tutto sparecchiavamo, pulivamo le ciotole ed inizava il lungo travaglio della coda per il bagno anche perchè i ragazzini cinesi (poverini) erano stati schiavizzati a pulire le zone comuni e decidevano di farlo sempre e comunque negli orari peggiori (vedi dopo colazione, dopo pranzo etc...ovvero negli orari più papabili per le code al bagno).

Un miracolo mattutino: il riso saltato!

Standard di colazione


3- AM Class.
Lezione che andava dalle 8.30 alle 10.30
Questa classe si suddivideva in varie tipologie a seconda dei giorni. In linea di massima la mattina era dedicata ai Jibengong tranne il mercoledì che c'era Sanda ma che quasi nessuno faceva e quindi veniva trasformato in tecniche di Qinna (prese e leve articolari) o nell'insegnamento di un Duilian (combattimento prestabilito), e il giovedì dove c'era lezione di Qi Gong soft.
Quando facevamo Jibengong il riscaldamento consisteva in N giri del campo e poi esercizi uno ad uno sulla diagonale.
Nel corso dei vari allenamenti avremo imparato circa una quindicina di Jibengong che oltre ad essere molto belli sono anche utilissimi. Oserei quasi definirli un bagaglio tecnico più importante delle forme imparate. Ogni Jibengong ha una sua specificità volta a migliorare vuoi la postura, vuoi la velocità o la coordinazione o la mobilità delle anche e del busto.
Naturalmente anche in questi allenamenti ci sono state delle varianti molto divertenti che narrerò singolarmente insieme a qualche altra "chicca".

Lezione al chiuso per via del maltempo






4- Dalle 10.30 alle 16.30
Finito l'allenamento ci si raccoglieva nel miglior modo possibile e si aspettavano le 11.30 per poter pranzare. Il tempo poteva essere impiegato in diversi modi: semplicemente riposando, facendo il catino con il bucato e così via...
Sembrerà strano ma già alle 11 iniziavamo ad aggirarci intorno alla cucina come degli squali spronando la Patty a muoversi a preparare il pranzo perchè avevamo fame. Ogni minimo ritardo era visto come un attentato alle nostre vite. Ed ogni pranzo, viste le schifezze cucinate, anche, a dire il vero. La Patty era talmente incapace nell'arte culinaria che ormai le scatolette di tonno/ragù/sgombro erano diventate nostre amiche inseparabili per ogni pasto. A pranzo ci andava bene perchè potevamo prendere il riso dalla cuociriso e infilare nella ciotola il contenuto delle scatolette senza dover passare per il pastone di verdure e carne andata a male preparato dalla Patty. Il problema è che allo scadere della seconda settimana..bè...ormai anche il tonno era diventato qualcosa di nauseabondo.
Finito il pranzo lavavamo le ciotole e ci preparavamo per riposare fino al successivo allenamento.
Generalmente dopo aver steso i vari catini andavamo al negozietto sulla strada a comprare o il gelato o la bibita (concedendoci grandi lussi nelle spese: 1 RMB per un gelato o ben 3 RMB per la bibita...folli spese, dunque, che andavano dai 15 centesimi ai 40!).
Un giorno nel suddetto negozio ho trovato le carte (4 RMB per due mazzi). Acquistate subito e da qui sono scaturite le partite pomeridiane o a scala 40 o a burraco.
Verso le 14/14.30 ci ritiravamo ognuno nella propria stanza per riposare. Io aggiornavo il diario di viaggio (ormai un'abitudine consolidata del viaggio in Cina) e poi, dopo aver puntato la sveglia per le 15.40, si dormiva.
Al suono della sveglia (il mio meraviglioso allarme antiatomico amato da tutti) si raccoglievano le forze, ci si rivestiva e si faceva una leggera merenda.
Poi tutti nella zona comune ad aspettare che arrivasse Du.
(A dirla tutta nel pomeriggio ci sarebbero anche state delle lezioni tipo calligrafia etc boicottate per un po' di sonno ristoratore).

Momenti di follia (abbiamo traviato tutti!): posizione con sciabola e catino.

Svacco (in posizione propriamente da lady), contornata dal caos

Andando al negozietto

Montando il tavolo per il super torneo di burraco.


5- PM Class
Dalle 16.30 alle 18.00
In linea di massima il pomeriggio era quasi sempre dedicato al Taolu ovvero alla forma che stavamo imparando.
Tranne il mercoledì che c'era Qi Gong hard.
Le eccezioni sono state poche e almeno una volta alla settimana facevamo Jibengong ripassando quelli già studiati od imparandone di nuovi.
Quando facevamo Taolu o Jibengong il riscaldamento era simile a quello della mattina. Uindi qualcosa di leggero per poi mettersi sotto con la parte più tecnica.
Per la parte Taolu c'erano circa due modalità di allenamento: quella quando stavi ancora imparando la forma e quindi Du ti affiancava qualcuno ad insegnartela e quella quando l'avevi imparata e dovevi perfezionarla.
Nella seconda fase era sempre Du a correggerci personalmente. Si faceva la forma one by one 1/2 volte e lui diceva cosa ci fosse da correggere ed il pomeriggio era dedicato a quelle correzioni.
Le lezioni di Qi Gong hard erano circa come quelle dello scorso anno.
Quindi ci divertivamo con una serie da 10 minuti seguita da una da 5 sui sacchi di iuta pieni di fagioli di soia. Successivamente passavamo agli energy brush e ai bastoni di legno con 100 colpi dei primi e 50 dei secondi su braccia, schiena, addominali e gambe.
La conclusione era varia.
Un paio di volte abbiamo provato l'esercizio che implicava stendersi su 3 lame e farsi appoggiare sopra una tavola con i chiodi.
L'alternativa era quella di farsi colpire con un tronco. Sì. Un tronco.

Lame e chiodi (e persone divertite dietro)




Le lame erano avvolte in una coperta Lufthansa :D

Prove casuali di torture




Bastone sugli addominali sotto il dolce tocco di Du ("Shifu! After no baby!" e lui rideva...)

Altre prove casuali di morte precoce

Eccolo! il tronco! Non fatevi ingannare: la parte rossa non era foderata.

Aggiungi didascalia







6- Dalle 18.00 alle 19.00
Finito l'allenamento pomeridiano avevamo "ben" 10 minuti per riprenderci, afferrare le ciotole ed essere pronti per la cena che sarebbe stata servita, per l'appunto, alle 18.10.
La sera era il momento peggiore per la fantasia culinaria della Patty.
Il suo piatto forte era il pastone di noodles. Letteralmente lo giuro. Sarebbe come fare la pasta e fare in modo che galleggi in una brodaglia compatta e scotta. Voglio dire...ci vuole dell'arte per riuscire a fare qualcosa del genere no?
In alternativa a questa meraviglia rimpinguata dagli avanzi di verdure del pasto precedente c'era il panino che potevamo mettere nel microonde a riscaldare e poi riempirlo. Di cosa? Tonno ovviamente!
Le uniche 2 volte che non abbiamo seguito questa routine è stato quando la Patty ha cucinato l'unica cosa in grado di fare buona: pastella fritta.
Buona, buonissima. Con lo zucchero poi era uno spettacolo.
Peccato che in 50 minuti avremmo dovuto mangiarla e digerirla.

7- Evening Class.
Questa classe lo scorso anno era sempre un fattore "x" nel senso che a volte si faceva, altre no, altre era teoria o calligrafia. Quest'anno, invece, era allenamento semplice e puro senza ma e senza se.
Si partiva con la prima mezz'ora dove, in teoria, ci saremmo dovuti riscaldare e magari ripassare anche qualcosa, in pratica facevamo finta di scaldarci e cercavamo di digerire la cena.
Poi, quando iniziava a far buio, veniva acceso un faro (uno eh, non sprechiamoci) ad illuminare il campo dall'allenamento mentre i ragazzini si prodigavano per portar giù le due gigantesche casse audio.
A questo punto c'erano diverse opzioni:
- modalità 1: Du attaccava una musica tamarrissima qualsiasi e ci mandava "one by one" a fare le forme.
- modalità 2: "competition". Du attaccava la solita musica e si veniva divisi per "classi" le due dei cinesi e poi noi laowai. Uno ad uno procedevamo a far le forme come se fosse una competizione anche se alla fin fine non veniva data nessuna votazione
- modalità 3: solita musica e forma fatta una volta. Poi Du se ne usciva con "now 20 minutes and training it's finish, I go, you have this minutes to sweat, when I come back if you are sweat you can go and shower and bed, if you no you continue trainining" ovvero "mancano venti minuti alla fine dell'allenamento, io me ne vado se quando torno sarete sudati potrete andare a fare la doccia e a letto altrimenti continuate ad allenarvi". Da qua partiva il giardino dei matti dove ognuno faceva le cose più improbabili per cercare di sudare nella fresca brezza serale. E con qualsiasi cosa intendo esattamente quello. Quindi c'era chi correva, chi faceva forme, chi piegamenti sulle braccia e così via. In pratica era un buon metodo perchè ci automassacrassimo di allenamento. Poi quando Du tornava andavamo uno ad uno ad aspettare il suo verdetto.
- modalità 4: test. La modalità, in assoluto, più spaventosa. Si svolgeva nel silenzio e tutti guardavano. Taolu "one by one" con tanto di votazione finale e giudizio di Du. Era spaventosa perchè il livello di tensione, almeno per me, era alle stelle. Era peggio che dover entrare sul tappeto di gara per capirci...e chi ha visto la mia faccia tra il bianco e il verde prima di ogni gara capirà che cosa intendo.




8- Dalle 20.30 alle x
Finita la classe serale c'era la corsa per accaparrarsi la doccia il prima possibile per evitare di dover stare sporchi per un'altra ora ancora. Poi, quando tutti avevano finito, ci si rilassava seduti davanti all'entrata e, spesso, si andava di nuovo al negozietto per comprare qualcosa da sgranocchiare (anche perchè, diciamocelo sinceramente, avendo finito di mangiare alle sette meno un quarto e dopo essersi allenati di nuovo la fame tornava a farsi sentire). Dunque la parte serale era totalmente dedicata al semplice rilassarsi e allo stare in compagnia. Nonchè al godere almeno per quel paio d'ore della sensazione di essere finalmente puliti.

E con questo abbiamo concluso la carrellata della giornata tipo.
Naturalmente credo che sia più che necessario raccontare nello specifico alcuni allenamenti particolari.

- Corso di sopravvivenza avanzato (possono partecipare solo persone fisicamente portate o martiri o pazzi squilibrati): Damo Cave, one time, fast go!
Ovviamente la Damo Cave anche quest'anno non poteva mancare.
Il sabato mattina sulla tabella di marcia c'era segnato proprio questo. Due parole che spaventavano bene o male tutti quanti: Damo cave.
Nel corso della permanenza questo martirio mi è toccato una sola volta, ma ammetto che nonostante il mio buon senso mi spingesse a sperare di non doverci andare, più volte ho pensato "almeno una volta, anche una sola, devo farlo". A parlare, ovviamente, era la parte più masochista e autonichilista presente in me. Però...volevo sapere fino a quanto mi sarei potuta spingere e la Damo Cave è sempre un buon metro di giudizio.
Ora, spieghiamo perchè quest'anno andarci fosse ancora più spaventoso rispetto allo scorso anno.
Anzi..giudicate voi da queste foto

Vista della Damo Cave dal terrazzo della Scuola
Vista della Damo Cave dal campo di allenamento
Uh? Difficile? Aspettate...vi aiuto un pochino:

Eccola là. Bellissima.
Dunque la situazione era questa:
la Scuola si trovava a circa 5 km dall'entrata dell'aerea del tempio Shaolin il che significava che da lì al Tempio saranno stati come minimo 6/7 km da fare.
Ci si svegliava alle 6, si cercava di fare un minimo di colazione giusto per il buon senso di mettere qualche riserva di zuccheri nel corpo. Alle 6.30 saluto davanti alla Scuola, si caricavano sulla macchina di Du le borracce e si partiva.
Il primo tratto era da fare camminando giusto per abituare il corpo a muoversi dopo la dormita, dopodichè si iniziava a correre sulla strada mentre Du ci seguiva con l'auto.
Arrivati vicino all'entrata del Tempio si prendeva una "scorciatoia" su una strada laterale sterrata dove, per grazia divina, camminavamo cercando di ri-raccogliere le energie. Non appena si vedeva in lontananza l'incrocio con la strada interna all'area si riprendeva a correre e si continuava così fino ad arrivare davanti al Tempio. Una volta lì ci si fermava, ci si toglieva la parte sopra della divisa, si beveva e ci si dirigeva verso la strada che portava alla Damo Cave.
A quel punto erano già le 7.30 passate, iniziava a sorgere il sole e la maglietta era bella che zuppa. E non eravamo nemmeno a metà strada.
Tra l'altro conoscere la strada non aiutava affatto, anzi, rendeva ancora più tragico l'avanzare.
Ovviamente la salita verso la cima della montagna era fatta camminando e non correndo (anche perchè, onestamente parlando, al terzo scalino penso che saremmo collassati tutti quanti). Naturalmente lungo il tragitto non potevano mancare i soliti turisti interessatissimi nel vedere dei laowai vestiti in uniforme che, sudati marci, annaspavano verso la cima e quindi ogni tanto si perdeva il passo per rispondere a domande del tipo "di dove siete?" o "ma siete una famiglia?" (non so il perchè di questa domanda...).
Bè insomma tra uno scalino e l'altro, una domanda, un rischio di collasso, un "jiayou" di qualche ragazzino cinese che ti guardava compassionevole ed il conseguente pollice alzato perchè parlare era un lusso si arriva alla cima.

Un po' più vicina 
Manca ancora un po'...non illudiamoci

Dalla cima


Foto testimonianza "ce l'abbiamo fatta"

"Dobbiamo tornare" "uccidetemi qua per favore!"

Se non altro ne è valsa la pena

Gente con ancora tanta voglia di fare. Io, ad esempio, ho pigiato il bottone della macchina fotografica.
Una volta sulla cima ci si prende qualche momento per riposare le gambe e riprender fiato. Si fanno due o tre foto testimonianza (nelle quali non si vede il livello di "zuppaggine" della maglietta) e poi ci si mette in testa che bisogna anche ritornare giù.
Dunque inizia la lenta discesa sugli scalini irregolari e scivolosi (che a momenti c'era da rimpiangere la salita).
Una volta arrivati ai piedi della montagna si ritrovano gli altri e si aspetta chi è rimasto indietro.

La ripida scalinata



Espressioni convinte

"ma perchè?"
A questo punto eravamo a 3/4 del nostro percorso. Stanchi, affaticati e sudati in un modo a dir poco imbarazzante.
Tornavamo alla macchina e da lì si riprendeva a correre facendo il percorso inverso. A quel punto erano le 9.30 o qualcosa di più e cominciava a fare caldo, con l'umidità sempre più alta e il sole sempre più a picco.
Insomma si andava di male in peggio per intenderci.
Verso le 10, infine, si tornava alla Scuola, si raccattavano le proprie cose e si cercava di sopravvivere.
Detto questo.
A pensarci potrà sembrare folle e, credetemi, lo considero assolutamente folle anche io. L'ho considerato così prima di farlo, nel farlo ed anche dopo.
Ma credetemi anche quando vi dico che riuscire a farlo è una soddisfazione incredibile.
Magari qualcuno non l'avrà trovato così devastante. Per me lo è stato e riuscire a fare tutto il percorso è stata una grandissima vittoria. Fisica e mentale.
E alla domanda di Du "you can? if you no can you go car" "ce la fai? se non ce la fai puoi salire in auto" rispondere "no, I can" è stato uno sforzo di volontà infinito, ma ormai mancavano gli ultimi 5 km che ho fatto in parte camminando. Ma almeno sono partita e tornata sulle mie gambe ed è quello che più conta nella sfida che mi ero prefissata.
Insomma ok, la Damo Cave è folle.
Ma è una di quelle follie che serve fare per capire che non tutto è così improbabile come potrebbe sembrare.

- Riscaldamento anomalo.
Ogni tanto (anzi, ogni spesso) Du ci regalava un metodo alternativo di riscaldamento invece che farci correre per il campo.
Metodo 1: secchi Shaolin. Consisteva nel prendere due secchi vuoti a testa e dirigersi verso il lago. Ovviamente lo scopo era, poi, quello di riempire i suddetti secchi e tornare alla Scuola.
Chiaramente farlo era meno semplice che dirlo. Prima di tutto perchè i malefici secchi avevano la tendenza a rompersi nei momenti meno opportuni, Poi perchè prendere l'acqua dal lago era la sfida contro la scivolosità della riva e/o delle pietre sulle quali poggiavamo i piedi. Infine iniziava la lunga strada del rientro appesantiti da secchi pieni di acqua che definirla sporca/lercia/schifida sarebbe eufemistico. Il manico in ferro poi non aiutava di certo la comodità ed ogni tanto era necessario fermarsi non tanto per fiato o cosa quanto per far riposare le mani cercando, nel corso dell'operazione, di non far fuoriuscire l'acqua e farsela finire addosso (sì è successo e sì è successo anche con i pantaloni appena puliti). Lo scopo ultimo dei secchi (oltre a far faticare noi) era quello di essere usati per pulire la latrina.
Metodo 2: Da shitou. Ovvero "grande pietra". Questa è semplice. Si scendeva sempre al lago e si cercava una pietra. Grande. La più grande che fossimo in grado di portare indietro. Si raccoglieva e si tornava.
L'inghippo sta nel fatto che sul lungo periodo...bè...le pietre papabili iniziavano a scarseggiare quindi si finiva o con l'essere costretti a portarne su una non troppo grande (e a beccarsi l'ovvia occhiataccia da parte di Du) o al prenderne una grande. Ma veramente grande. Ad esempio qualcuna una volta ha deciso di prenderne una così grande e pesante che ha impiegato 20 minuti solo per riuscire a portarla ai piedi della strada asfaltata con tanto che mancavano ancora 2/3 del percorso da fare e per di più in salita. A quel punto non era nemmeno più in grado di sollevarla ed era sudata anche nell'iride quindi, per buon senso raccolto da non si sa bene dove, ha deciso di lasciarla lì e di tornare a mani vuote. Al che Du le chiese "where your da shitou?" "I'm sorry Shifu! My da shitou speak me 'no please leave me here!' so I said 'ah ok, sorry da shitou' and I leave the da shitou there". E...oddio solo con il senno di poi mi rendo conto di quanto fosse assurdo comunicare con Du...mi vergogno quasi a scrivere queste frasi...
Ah sì, nel caso in cui a qualcuno fosse sfuggito il sarcasmo nascosto (?) nelle mie parole, l'idiota che ha tentato di portare su uno scoglio ero io.
(E da qua ecco svelato l'arcano del mucchio di pietre).

- Taolu one by one.
Questa non è esattamente una novità di quest'anno. Lo è la modalità con la quale si svolgeva il tutto.
Se lo scorso anno fare one by one la forma implicava doverla ripetere 3/4 volte di seguito senza prendere fiato, quest'anno Du ha fatto l'upgrade di questa opzione e ci ha deliziati con delle massacranti sessioni.
Anche qua c'erano due modalità a seconda delle volte che dovevamo ripetere la forma e del tempo.
Il giorno che faceva veramente caldo e il sole picchiava secco sul campo d'allenamento abbiamo fatto la forma 11 volte consecutive. E con consecutive intendo che finito di farla Du urlava "again" e noi dovevamo ricominciare. Così per 11 volte. Le mie sono state un po' meno perchè, visto che ho un problema a tenere le braccia alzate e tendo a stare con le spalle basse (Du dice che è "colpa" degli anni di Tai Chi) ad un certo punto ha fatto irruzione nel campo e mi ha messa in un gongbu impossibilmente basso e mi ha fatta stare in posizione con la sciabola fino a quando l'altra persona non ha finito la sua forma. Potrà sembrare che io sia stata graziata ma nella foto (esistente da qualche parte) con la mia espressione sofferente, vi giuro, che forse avrei preferito rifare la forma.
Quel giorno finita la sessione non avevo la benchè minima idea di come fare per stare in piedi. Sedermi era una tortura, stare in piedi anche, sdraiata idem.
La seconda modalità era ripetere la forma meno volte (circa 8/9) dove nelle prime 2 volte Du ci correggeva gli errori, le altre erano allenamento e l'ultima era "power, heart, you show all you have" l'ultima era di testa e cuore "potenza, cuore, dovete dare tutto quello che avete". Ovvero l'ultima doveva essere la versione bella e completa secondo le nostre capacità.
Finita la sequenza dovevamo correre fino alla lapide (quella della mattina), tornare, fare 50 squat e, a volte, anche 50 piegamenti sulle braccia.

- Sgozzamento del maiale.
Tranquilli. Nessun animale è stato maltrattato durante questa sessione di allenamento.
Questo era il nome di un esercizio che veniva inflitto a noi poveri (?) esseri umani.
In pratica si trattava di una sessione speciale di stretching.
L'abbiamo fatta una sola volta. Ma quando l'ha annunciata gli altri, che già sapevano, sono stati catapultati in una dimensione di sconforto totale, quando, poi, l'hanno spiegata anche a me sono finita nel limbo della disperazione mista a rassegnazione.
Du ci ha lasciato 20 minuti per prepararci.
Abbiamo corso, fatto posizioni isometriche e un po' di stretching normale per allungarci con moderazione.
Poi siamo tornati dentro alla Scuola, abbiamo preso le materassine e da lì iniziava la lenta agonia.
Prima di darci già per morti, Du ci ha dato la possibilità di scampare alla tortura mettendoci alla prova sulle 3 spaccate: se nel farle il bastone non fosse passato sotto allora saremmo stati salvi.
Non chiedetemi per quale grazia divina io sia riuscita a fare entrambe le sagittali (barando un po', lo ammetto), ma sulla frontale...no, sulla frontale ero praticamente in piedi.
Dunque quella non sono riuscita a scamparla e quando è stato il mio turno mi sono sdraiata sulle materassine con la stessa espressione di chi sta per essere ghigliottinato innocente.
In pratica stando distesa c'era una persona a tenermi il braccio sinistro, una il destro ed una la gamba destra a terra. Poi Du afferrava la sinistra e apriva nella direzione della spaccata frontale.
E apriva fino a dopo la ventesima volta che gli dicevi "stop".
Avete idea di che verso faccia un maiale sgozzato?
Io non lo sapevo. E ora lo immaginerò sempre con la mia voce. Mentre conta fino a 30 in cinese. E poi mentre impreca al "I gift you 10" e ne conta altri 10.
Questo esercizio va fatto, naturalmente, con l'assistenza di una persona di buon senso come Du che sa fino a quanto sia corretto spingersi senza causare danni.
Io avrei tanto voluto vedere il miglioramento nell'apertura, ma ero troppo impegnata a respirare e a trovare la voce per contare. Rantolando mentre cercavo di liberare le braccia per salvare le mie povere anche.

E con questo ho davvero finito di fare la lunga carrellata sugli allenamenti.
Vi prego di non pensare che sia stupido fare tutto questo.
Con il senno di poi, scrivendolo, tendo a pensarlo anche io.
Però poi mi tornano in mente tutti i successi ottenuti con queste fatiche. Tutti successi più che altro mentali. Dell'alzarsi la mattina per il power training, del completare la Damo Cave, dello spirito con il quale si faceva la forma l'ultima volta durante il one by one.
Credo che sia impossibile descrivere le sensazioni provate. E forse, ancor più che impossibile, è quasi assurdo. Perchè nel farlo vi descriverei non solo l'orgoglio dell'avercela fatta, ma, e soprattutto, vi descriverei la gioia che provavo.
Adesso mentre scrivo, mentre ricordo, mentre ripenso, tutto quello che mi sale dallo stomaco alla testa è una sensazione di felicità. Profondissima felicità fusa insieme ad un senso di pace.
Una sensazione che, capisco, sia difficile da far comprendere. E sarei la prima a non comprenderla se non l'avessi provata.
Il conseguimento di un obiettivo e la tacita accettazione di aver fatto quel che andava fatto.
Non ricordo di aver provato questa sensazione praticamente mai qua in Italia. Ogni volta c'era sempre un "dopo", qualcosa da fare. Mi sono laureata? Ok, veloce pensa, fai, vai, agisci non ti puoi fermare, vai avanti a testa bassa! Come fai a goderti quel momento se la tua testa è già oltre?
Là non c'è mai stato il dopo. C'era solo l'adesso. L'adesso di ogni singolo istante importante come unità unica di tempo irripetibile. La pace del presente.
Ho spesso pensato che sarebbe bello poter fare questo viaggio potendo portare con me la mia famiglia e i miei amici per poter mostrare loro questo mondo e poter, in qualche modo, far vivere anche a loro quello che, per me, è il tutto e il fine.
Vorrei poter far loro ascoltare la saggezza delle sgrammaticate parole di Du.
Poi mi rendo conto che, oltre ad essere improbabile, sarebbe anche inutile perchè questo è, per l'appunto, il "mio" mondo, quello dove io sto bene mentre loro dovrebbero trovare il loro e magari portare me lì per capirli un po' meglio.
Allora mi accontento di scrivere e tra una battuta e l'altra, un'assurdità e un po' di sgomento cerco di trasmettere l'importanza del viaggio.
La soddisfazione dietro ad ogni da shitou trascinata su, l'urlo dell'orgoglio nell'ultima one by one, la determinazione dietro ad ogni singolo passo in più verso il rientro alla Scuola dopo la Damo Cave, l'onore di un "you little good", la verità dietro ad ogni "jiayou" nella competition serale.
Il peso di una promessa fatta a Du. La promessa che, anche se non si riuscisse a tornare l'anno successivo, non sarebbero venuti meno l'impegno e la volontà di andare avanti e migliorare. Nella Pratica e nella vita.
Io spero ("I hope...") che tutto questo sia chiaro nelle mie parole e spero anche che se qualcuno dovesse aver vissuto qualcosa di simile sia disposto a raccontarlo agli altri, a chi gli sta accanto perchè rivelare il proprio mondo è come mettere a nudo il proprio "io", è vero, ma vuol dire anche regalare a chi ha importanza nella propria vita una parte di quello che si è.
Magari non si può regalare un momento di felicità o pace, ma si può donare la realtà del fatto che tutto ciò sia possibile. Basta cercarlo e andare incontro anche a ciò che potrebbe sembrare assurdo nella "vita reale".
Del resto
"No pain, no gain".