giovedì 4 dicembre 2014

We together go.

Ho già scritto tanto sui miei viaggi in Cina e a volte penso che diventi difficile riuscire a scrivere ancora qualcosa di nuovo, o di diverso.
Ma, a quanto pare, anche quest'anno (in ritardo mostruoso) riuscirò a trovare il modo di descrivere la meravigliosa esperienza che ha segnato il mio 2014.
Come prima cosa, però, vorrei togliermi un peso.
Chi di voi segue i miei deliri sul blog da tempo si ricorderà che lo scorso anno avevo avuto qualche problematica iniziale durante il viaggio dovuta ad incomprensioni e prese in giro a livello di organizzazione e tutto quanto. Bene, sappiate che quest'anno le cose sono velocemente degenerate.
Purtroppo quando ci sono di mezzo i soldi le persone non si fanno tanti scrupoli nel tentare di rovinare quello che qualcun altro ha costruito durante l'anno.
Quando abbiamo scoperto che il nostro Shifu non era più alla scuola di Jackie, senza nemmeno porci il dubbio sulle motivazioni (anche perché primo non ci interessava e, secondo, potevano essere intuibili conoscendo Jackie) abbiamo deciso di seguire lui.
Questo ha scatenato il putiferio del secolo.
Prima hanno tentato di dissuaderci dicendoci che Du era stato scacciato, anzi no, bandito da Dengfeng tutta per aver rubato e per comportamenti scorretti. Poi siamo passati alla scena madre dove venivamo accusati di tradimento con tanto di tentativi d'insinuare sensi di colpa detti da chi predica bene e razzola male. Poi siamo passati ai subdoli tentativi di seminare zizzania nel gruppo con pesanti (e credetemi quando affermo che fossero realmente pesanti) accuse nei confronti più o meno di tutti (e per quanto mi riguarda mi si è gelato il sangue nelle vene). Ed infine, l'ultima spiaggia, era quella di convincerci che saremmo finiti nel posto più disastrato e ricoperto di malattie del mondo.
E sapete com'è andato a finire il tutto? Noi siamo comunque andati là e visto che i tentativi di dissuaderci non sono andati a buon fine è ricominciata la fase di coccolamento dei pupilli.
Dunque grazie per il periodo in cui le cose andavano bene e ci si allenava con un criterio, ma adesso tanti cari saluti.
E in mezzo a questo, se qualcuno incuriosito capitasse su queste pagine, vorrei sottolineare come la scuola di Jackie non sia in nessun modo legata a quella del Maestro Shi De Yang. Ci tengo a sottolinearlo visto che, a quanto pare, nessuno si sta prendendo la briga di dire le cose come stanno.
Ma sapete una cosa? Prima questa era una situazione pesante, adesso, onestamente, non me ne importa più nulla.
Ognuno sceglie la propria strada e va bene così.
Considerando che, comunque, non è che io possa esattamente mettermi a sputare completamente nel piatto dal quale ho mangiato, non rinnego le mie esperienze precedenti. Sicuramente, però, quella di quest'anno è stata sotto ogni punto di vista la migliore.
Lasciate che vi spieghi il perchè.
Il lungo viaggio è iniziato con un bell'after. Nel senso che, rientrata da lavoro, ho fatto la valigia (perché sapete...le sere prima ero impegnata a finire un altro lavoro...non ho scrollato l'albero per questo viaggio), e dal momento che la navetta per Malpensa sarebbe partita alle 4.05 della mattina era fondamentalmente inutile andare a dormire.
Dunque dicevo, after, navetta, Malpensa. Colazione e poi, finalmente, imbarco. Scalo a Mosca e aereo per Pechino.
Una volta arrivati, all'alba delle 5 del mattino, abbiamo affrontato la prima sfida della vacanza: trovare un taxi per arrivare alla stazione. La sfida si divideva in due parti: 1 trovare un taxi che ci portasse tutti e 3 senza far storie sui bagagli eccetera, 2 dopo averlo trovato evitare che ci chiedesse un rene per arrivare alla stazione.
Al secondo tentativo ci siamo riusciti.
Il simpatico autista, palesemente abusivo, ci ha portati sì fino alla stazione...ma ci ha smollati nel parcheggio sotterraneo indicandoci una fantastica via di accesso all'edificio popolata di senzatetto dormienti, razze aliene di microbi e dotata di un paio di luci come nei migliori fil horror.

Il tunnel degli orrori


Sopravvissuti alla traversata infernale ci siamo ritrovati nel bel mezzo della stazione in barba ad ogni controllo di sicurezza dell'entrata.
Comunque poco importava, dovevamo in ogni caso farci strada fino alla biglietteria e al famigerato sportello numero 16.
Ovviamente, sebbene fossero solo quasi le 7 della mattina, la folla di persone presenti in stazione faceva impallidire qualsiasi orario di punta milanese.

La felicità nell'essere circondata da un numero infinito di persone


Ma i nostri eroi sono riusciti ad ottenere i 3 preziosissimi biglietti per Luoyang.
Una volta arrivati a destinazione è iniziato davvero il tutto.
Appena fuori dai tornelli d'uscita c'era ad aspettarci il nostro Shifu (che per accoglierci nel migliore dei modi ci ha urlato "fast fast!").
Bè...che cosa dovrei dire? Per me è stato un bel mix di emozioni rivederlo.
Ma, soprattutto, è stato emozionante rivedere come fosse tornato ad essere il solito Du. Quello che ad allenamento ti sprona e massacra, ma al di fuori è più cretino di tutti noi messi insieme.
Quello che era davvero mancato lo scorso anno.
Non vi starò a raccontare giorno per giorno il lungo mese di agosto, non preoccupatevi.
La location quest'anno era nel piccolo paesino di Koudian nella provincia di Luoyang.
Definirlo un luogo sperduto sarebbe eufemistico, ma alla fin fine c'era tutto quello che poteva interessarci od esserci utile per la vita di ogni giorno.
Fondamentalmente noi eravamo a x minuti a piedi (mai testati realmente) da un simil centro abitato (hey c'era anche il mercato non sottovalutiamolo!), ma la realtà dei fatti era che tutto il nostro mondo lì iniziava e finiva con 2 strade che s'incrociavano.
Nella prima foresta di palazzi c'era la "kungfu family" o, più semplicemente "family" che era, poi, l'appartamento dove vivevamo noi laowai insieme ai Jiaolian della Scuola e Du quando si fermava a dormire lì (sebbene abitasse ad un tiro di sputo e cioè nella foresta di palazzi dall'altra parte della strada).
La family non era certo un resort a 5 stelle, anzi. Essendo un appartamento affittato appositamente temporaneamente, al suo interno c'erano giusto le cose basilari per la sopravvivenza. E credo che possiamo concordare tutti quanti su come avere un pavimento degno di questo nome non fosse poi così fondamentale/necessario. Quindi colata di cemento e via.
Le stanze erano 3: quella dei Jiaolian, quella dove sono stati i ragazzi ed infine quella dove eravamo io e Bozz (ah! che privilegiate!).

Entrata per il super complesso di palazzi

Palazzi...palazzi ovunque.
Stanza delle privilegiate, notare il pavimento.

La vista dalla stanza (pregasi notare il tubo di scarico del condizionatore che sgocciolava allegramente sui cavi)
La stanza dei ragazzi
Terrazzino dove stendevamo il bucato
Per il resto avevamo un meraviglioso bagno con boiler (con l'ormai celeberrima combo presa della corrente + getto d'acqua + cartello che dice di fare attenzione agli spruzzi d'acqua sulla presa elettrica) e lavatrice (la solita con caricamento a canna esterno, 15 minuti di centrifuga, asciugatrice che doveva essere perfettamente in bolla per funzionare e scarico dell'acqua manuale. Pochi euri da Piccol!)
ma alla fin fine...è sempre stato un bagno utile ai suoi scopi (specialmente quando la tavoletta del gabinetto è stata sostituita con una nuova "super power, no like the old" evvabbè).



Infine abbiamo l'ingresso con cucina a vista, tavolo da pranzo e zona relax.



Ecco la Kung Fu Family

Dunque un vero e proprio appartamento dove sentirci liberi come essere a casa nostra. Compreso il possederne le chiavi (e quindi essere sicuri di non restare chiusi fuori dopo una certa ora), e poter usufruire delle "tecnologie" messe a disposizione.
Persino la cucina, pensate un po'...quel miraggio che gli scorsi anni era chiuso a chiave con tanto di lucchetto.

La conquista del fornello sacro per la preparazione del caffè. Lode al caffè.
Per quanto riguarda il resto posso dirvi che se anche i letti non fossero dotati di materassi (il ritorno alle origini con la generosa asse di legno in combo con la micro trapunta) alla fin fine erano comodi e la mia schiena ha stranamente ringraziato, avevamo il condizionatore, un power wi fi, la cuoca che cucinava per noi 3 volte al giorno e un menù differenziato per ogni giorno della settimana (quindi stop alle pietanze ripetitive). Ogni lunedì c'erano le stesse cose, ma erano diverse dagli altri giorni della settimana.
Unica pecca? I ravioli di carne fatti nei giorni quando avremmo poi avuto nella lezione serale o Sanda o qualcosa di egualmente massacrante.

La sorpresa delle patatine fritte nella COLAZIONE del lunedì




Bene, ma ora passiamo oltre.
Tanto prima o poi vi descriverò per bene gli allenamenti e tutto quanto (e gli episodi degni di nota, naturalmente).
Passiamo a provare a raccontare perchè quest'anno le cose siano andate ancora meglio.
Il motivo principale l'ho già menzionato. Ed il fatto di riavere avuto indietro Du nella sua forma migliore.
Sembrerà anche una banale affermazione, ma credetemi quando vi dico che è, invece, la parte più importante e la chiave di tutto.
Du è riuscito a costruirsi finalmente qualcosa di suo. Una scuola ben avviata gremita di ragazzini, portando con sè come Jiaolian i suoi stessi allievi, si è guadagnato il rispetto come persona all'interno della comunità e come Maestro di Kung Fu tra i suoi allievi che alla fine degli allenamenti si accalcavano a salutarlo.
E nel mentre ha mantenuto una semplicità disarmante.
La Family non lo era solo ed esclusivamente perchè una scritta sul muro la definiva tale. Lo era perchè le persone che stavano dentro quell'appartamento contribuivano a renderla reale.
Du per primo.
Durante il mese di agosto è stato il nostro Shifu, è stato il nostro supporto e appoggio, ma, prima di tutto questo, è stato nostro amico. Era attento alle esigenze di tutti e non si è mai lamentato nel doverci scarrozzare a destra e a manca prima che imparassimo a fare qualcosa per conto nostro, ci invitava fuori a cena pagando di tasca sua e quando lo facevamo noi non ha mai permesso che pagassimo anche per i Jiaolian e quindi metteva la sua parte. Non ci ha mai chiesto nulla di più di quello che ci aveva premesso all'inizio.
Fondamentalmente potevamo contare su un rapporto di totale fiducia a differenza degli scorsi anni nei confronti di Jackie.
Durante tutto il mese è stato uno di noi che nella lezione serale di "crazy jibengong jump" a un certo punto si metteva in fila insieme a noi per provare (e ovviamente, nonostante la buzza da mancato allenamento e birra, faceva cose fuori dalla logica della forza di gravità).
Sì è vero, era il nostro Shifu, ma per la maggior parte del tempo è stato il nostro Kung Fu brother. Ed è qua la differenza.
Quest'anno abbiamo fatto una sorta di level up. Siamo passati da semplici laowai che vanno lì pagando e facendo bene o male le cose che vogliono fare ad essere allievi che imparano quello che a loro serve per migliorare.
Non importa non aver imparato una nuova e strabiliante forma. Importa essere tornati con un bagaglio molto più importante a livello tecnico dove le cose venivano decise per far sì che potessimo colmare le nostre lacune e migliorare con una certa velocità vista la mancanza effettiva di tempo per poterlo fare in modo estremamente graduale.
Durante le lezioni settimanali di "kung fu ask" Du ci spronava a domandare dando libero sfogo alla nostra curiosità. Ed è in questo modo, superata la fase delle domande prettamente tecniche sui nomi delle posizioni eccetera, che abbiamo imparato. Abbiamo imparato moltissime cose sul passato di Du, su come si è allenato, sui metodi che usavano con lui, sulla sua preparazione alla competizione e poi ancora su come si dovrebbe insegnare.
Ed insegnare non è mai una faccenda semplice.
Non è solo una questione di capacità fisica nel saper fare le cose, è anche una questione di personalità, carisma e buon senso.
Con questo spirito il nostro allenamento non era più un semplice sottostare a degli ordini, ma diventava un percorso di crescita. Ma una crescita che affrontavamo tutti insieme. Noi come compagni di Pratica e Du come Shifu.
E poi la differenza, come già accennato, la facevano anche le persone dentro la Family.
Hugo, già incontrato lo scorso anno, che ormai vive lì quasi come un autoctono e che non si è fatto scrupoli nel farci sentire immediatamente integrati e con il quale abbiamo condiviso meravigliosi momenti di follia e di fatica durante gli allenamenti. Lui che ci raccontava con estrema umiltà il suo anno e mezzo in Cina, di cosa facesse per tirare avanti e qualche accenno a quello che si è lasciato alle spalle.
Hugo che viveva a New York lavorando nell'advertising e conducendo, dunque, non esattamente una vita di stenti e sofferenze, ha deciso di lasciare tutto e trasferirsi lì, in un luogo sperduto, in un qualcosa di completamente diverso da quello al quale era abituato. E forse è proprio questo che lo ha spinto ad un cambiamento tanto radicale.
Una sera si stava, per l'appunto, parlando di come fosse vivere in Cina dovendo abituarsi a ritmi di vita, cultura, abitudini completamente differenti e quando Hugo ha un po' accennato alla sua storia non è stato possibile trattenersi dal chiedergli "perché?" che è un po' quella fastidiosa domanda che non vorresti fare o sentirti chiedere, ma che, molto spesso, è quasi inevitabile. La differenza, però, era che Hugo aveva la sua risposta.
Era stufo delle persone con le quali aveva a che fare ed era altrettanto stufo dei non valori che lo circondavano. Amava il suo lavoro, ma non a quelle condizioni. Ma, cosa più importante, lui ha intrapreso questo viaggio perché "molto spesso i problemi che abbiamo non sono del mondo esterno, ma siamo noi il problema e quindi puoi essere tranquillo solo quando hai risolto le questioni con te stesso. Ma anche dove ti trovi aiuta". Ecco perchè.
Dentro la casa, poi, c'erano anche i Jiaolian con i quali si cercava di comunicare in qualche modo sebbene d'inglese sapessero giusto qualche termine e nulla di più. Ma sia noi che loro ci abbiamo sempre provato.
Anche se a volte la gentilezza dei gesti vale molto di più di lunghi discorsi fatti. Quindi se non era possibile parlare era pur sempre possibile agire.
Ed infine c'eravamo noi.
Noi laowai, amici in patria con incontri più o meno frequenti.
Come ogni anno abbiamo imparato a conoscerci stando insieme per un mese intero.
Nulla come i viaggi rendono possibile questa conoscenza.
E tra piacevoli scoperte, alcune sorprese, qualche tensione (ma del resto come si potrebbe non averne in un intero mese?) siamo stati anche noi un gruppo, una Family, per un mese.

La Family in una goliardica serata
Ed è questo che ogni anno mi spinge a tornare.
La certezza di sentirmi integrata in un gruppo, la certezza che lì avrò del tempo per me.
Sì è vero, le giornate sono scandite da tempi ben definiti e la maggior parte del tempo viene suddivisa tra allenamenti, dormire (o collassare, a scelta), mangiare, fare la coda per il bagno e qualche attività di degna sussistenza umana (lavarsi, fare la lavatrice, mangiare ancora). Ma è anche vero che, nonostante questo, mai come quando sono lì ho la possibilità di avere tempo per me. Per me e nient'altro o nessun altro.
Quel mese lontano da ogni forma di distrazione tecnologica (sebbene utilizzassi con regolarità gli strumenti di comunicazione per sapere come andassero le cose dall'altra parte del mondo), lontano da attività ludiche, lontano dal caos, dalle preoccupazioni, dalla normale routine di un mondo basato su principi che condivido solo in piccola parte, sapevo che sarebbe stato mio e basta.
E a volte bastano solo 5 minuti ogni giorno per poter veramente riflettere, basta una chiacchierata davanti ad un caffè, un minuto di pausa, la routine del diario di viaggio. Ma quei momenti sono miei e incontaminati. Ed è lì che tutto si ferma ed improvvisamente assume un senso.
Un senso che una volta tornata è difficile rivedere con la stessa chiarezza ma che resta lì. A volte basterebbe solo avere un po' di coraggio in più e forse le cose avrebbero davvero una soluzione.


Tutto il mondo in una sola strada



Poi ognuno ha la sua epifania a modo suo.
Ma che importa? La bellezza di poter avere una visione chiara e ovvia anche se solo per poco tempo è talmente folgorante che qualunque essa sia sarà sempre e comunque importante.
E magari a volte esagero, lo so, magari non è così per tutti, magari è una mera illusione di un viaggio che nel corso degli anni ho inconsciamente deciso di idealizzare.
Ma che importa?
C'è una cosa che ho imparato quest'estate, ed è uno di quegli insegnamenti che ti lasciano basito per qualche minuto.
Ho imparato, per davvero, che i limiti della mente sono talmente illusori da crearci un mondo completamente diverso ai nostri occhi rispetto alla realtà, ma, soprattutto, che con la giusta guida la patina piano piano può scomparire.
Anzi no, scusatemi, devo correggermi, non è con una guida, ma con i giusti compagni.
Tra tutti i modi che possono esserci per poter andare avanti e migliorare troviamo quello del lecchinaggio (supponendo che veramente possa essere utile), quello dell'umiliazione continua (fatto di rimproveri, forse anche ingiustificati) ed infine quello che realmente ci aiuta: crescere insieme.
Questo è stato l'anno dove tutto è stato così perfetto che per la prima volta dopo il mio primo viaggio in Cina ho pianto e non mi vergogno minimamente ad ammetterlo.
Nel 2011 era stato l'accumularsi di emozioni dovute al fatto che fossi arrivata al termine di un viaggio sognato e ambito così a lungo, unito al fatto che l'impatto emozionale di una cultura così diversa e allo stesso tempo così vicina non può, in ogni caso, lasciarti indifferente.
Nel 2012 e nel 2013 non era stato facile andarsene, ma era stato possibile contenere le emozioni.
Quest'anno no. Eppure, dico io, al quarto anno uno dovrebbe essersi abituato alla sensazione di abbandono no? No.
No perchè sapevo di star lasciando lì un pezzo di me che chissà se mai riavrò indietro, sapevo di star lasciando la Family.
Ed è per questo che la strada dalla Scuola all'appartamento era particolarmente difficile da percorrere e non solo per la vista annebbiata.
Ma almeno ricordare questo mese mi ricorda che c'è sempre una via e che se non dovessero cambiare le cose forse potrei cambiare io e magari, per una volta, i tasselli troverebbero il loro posto e tutto avrebbe un senso.
Anche se è dall'altra parte del mondo c'è qualcuno disposto a porgere la mano a degli sperduti laowai e costruire un percorso insieme.
"We together go".











P.S. Scusate, quasi dimenticavo. Quest'anno il mio viaggio resterà sempre con me in questo modo.

Un giorno vi racconterò la storia del tatuaggio. 

4 commenti:

  1. A prescindere dall'inconcludente e scarno commento di faisbuc, di cui mi scuso, sono veramente felice di leggere questo post. "Un viaggio nel viaggio" o meglio "Il Viaggio nel viaggio" per te, ovviamente, ma anche un po' per chi legge. Tanta roba Sis!!!

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    1. Grazie a te Bro per leggere sempre tutti i miei deliri :)
      E alla fin fine penso che sebbene il viaggio ognuno lo faccia principalmente per sè, sia sempre una buona cosa regalarne una parte anche a chi è in grado di apprezzare..

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  2. Oh, finalmente ecco qui il resoconto - almeno parziale - della tua estate marziale! Trovo terribile l'inizio, francamente, anche se non mi stupisce più di tanto notare che tutto il mondo è paese e che pur di far quattrini c'è chi è pronto a rinnegare il proprio passato e sputare fango sul proprio Maestro. Sono davvero felice che poi tutto sia andato per il migliore dei modi e, secondo me, dovresti proprio scrivere un post del tipo "A chi rivolgersi per andare a studiare Kung Fu in Cina senza beccare fregature". Ciao!

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    1. Il problema è che forse prima sarebbe il caso di scrivere la stessa cosa ma per quanto riguarda l'Italia...
      è stato un colpo bassissimo e onestamente fa un po' male, ma fa male soprattutto non sapere più dove andare per allenarsi...

      Altri aggiornamenti sul viaggio arriveranno poi...quest'anno son successe cose che voi umani... ;)

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